
quaderno secondo/7.
L'Illuminismo. Quando la ragione decise di scendere sul sentiero
di guerra.

 (Capitolo Dodici del manuale di L. Ardiccioni, Filosofia, 2, G.
D'Anna, Messina - Firenze. La parentesi dopo la fonte di ciascuna
lettura contiene il rimando alla pagina di questo volume).
Introduzione. La ragione scende sul sentiero di guerra.

Nel Settecento i filosofi scesero sul sentiero di guerra allo
scopo di combattere tutto ci che consideravano irrazionale e si
proposero di cambiare l'uomo, la societ, il mondo. Gli
intellettuali dell'epoca erano convinti che ormai stavano
maturando le condizioni perch, consapevole della sua forza, la
ragione fosse in grado di dare un tono, un'impronta precisa
all'intera epoca.
Essi si costituirono in un movimento, anzi addirittura in un
partito, che si denomin partito filosofico, con un programma che
nelle sue linee generali prevedeva di portare in tutto il mondo la
luce della ragione per scacciare le tenebre dell'ignoranza e della
superstizione. I membri di questo partito furono chiamati
illuministi, illuminatori o rischiaratori (a seconda delle varie
sfumature con cui il termine francese illuminisme veniva tradotto
e interpretato nelle varie lingue). Il successo di questo modo di
intendere la filosofia fu cos straordinario che nell'arco di
pochi decenni esso riusc a diffondersi in tutta Europa (anche la
lontana Russia e le colonie inglesi d'America ne furono
coinvolte), a formare un'opinione pubblica europea, ad influenzare
la politica di molti sovrani ed infine a favorire una rivoluzione,
che veramente ha modificato il corso della storia.
Mai la filosofia aveva osato tanto e mai era stato cos
significativo il suo influsso sull'intera storia dell'uomo. Il
Settecento divent il secolo dei lumi e l' et della Ragione. Gli
illuministi, attribuendo alla ragione umana, alla filosofia, a se
stessi lo schema giovanneo luce-tenebre, avevano dato un segnale
forte ed inequivocabile del fatto che la storia della filosofia
era arrivata ad una svolta. Per comprendere questa svolta 
necessario fare il punto sulla protagonista dell'avventura
filosofica, cio la ragione stessa.
Cominciamo con il ricordare il contributo dato dalla filosofia
antica, studiando la quale abbiamo pi volte sottolineato
l'emergere di una ragione epistemica (Confronta il  Quaderno
primo/2, in particolare il Capitolo Cinque, Introduzione, il
Quaderno primo/3, il Quaderno secondo/3, Capitolo Cinque,
Introduzione ed il Quaderno secondo/9, Introduzione), la cui
caratteristica principale consiste nel continuo tentativo di
raggiungere una verit che si ponga al di sopra dell'opinione
soggettiva (dxa), del dubbio e della critica relativistica e
scettica.
Gli antichi filosofi misero in evidenza anche l'esistenza di una
ragione noetica. Essa presenta sue caratteristiche specifiche, che
sono state messe in luce soprattutto da Socrate e Platone e che la
collegano pi strettamente al significato stesso della parola
filosofia. L'amore per il sapere, per la verit richiede infatti
un forte coinvolgimento personale nella ricerca, come ci ricordano
Platone, che  nel Simposio sottolinea il rapporto fra la filosofia
e l' eros (confronta Quaderno primo/2, capitolo Cinque, letture 12-
15) e  Agostino, che collega la ragione con la passione in un
circolo ermeneutico in cui i due elementi si rafforzano a vicenda
(confronta De vera religione, capitolo trentanovesimo, 72-73).
Caratteristiche della ragione noetica sono anche la fiducia
nell'esistenza della verit e nella positivit degli sforzi, che
gli uomini compiono nel tentativo di raggiungerla. Molto
importante  poi la dimensione dialogica della ragione, la
necessit di discutere e di mettersi in discussione. Infine un
elemento fondamentale  l'atteggiamento di curiosit, anzi di
stupore verso la realt che ci sta di fronte, la necessit di
avvertire il senso del mistero che ci sovrasta, le tante cose che
ancora non conosciamo, unito alla consapevolezza dei nostri
limiti, della nostra ignoranza (docta ignorantia). La ragione
noetica esprime le sue potenzialit soprattutto nel momento della
intuizione intellettuale (confronta Quaderno primo/2, Capitolo
Cinque, L'intuizione intellettuale) sulla quale i filosofi hanno
molto dibattuto.
Sempre la filosofia classica ci ha mostrato un terzo modo di porsi
della ragione. Se la filosofia  nata dalla fiducia nel theoren,
cio nella convinzione che la verit esiste e che la ragione  in
grado di conoscerla o comunque di avvicinarsi ad essa, man mano
che il pensiero filosofico approfondiva le tematiche al suo
interno si  manifestata una ragione scettica, impegnata nel
dimostrare che la verit non  conoscibile e quindi che ci si deve
accontentare di rimanere nel campo delle opinioni soggettive
(dxa). Secondo questa concezione della ragione il destino della
filosofia deve rimanere confinato in una continua ricerca senza
fine (skpsis) (confronta Quaderno primo/2, Capitolo Tre e
primo/4, Capitolo Sette).
Infine un altro momento importante del pensiero antico  stata la
proposta cristiana, secondo la quale la  ragione si  finalmente e
compiutamente resa manifesta in un fatto storico particolare, la
venuta di Ges Cristo, la sua vita, il suo insegnamento. Egli 
presentato dall'evangelista Giovanni come il Lgos di Dio che si 
rivelato agli uomini, la Verit, la luce che illumina il mondo e
che scaccia le tenebre (confronta Quaderno primo/6, Capitolo
Dieci, Introduzione e Capitolo Undici).
Venendo alla filosofia moderna, abbiamo pi volte notato che il
suo cammino in questo periodo fu profondamente condizionato da
importanti fatti storici come la fine dell'unit spirituale
dell'Europa e le guerre di religione, la crisi della cosmologia,
della fisica e quindi della metafisica antica e medioevale. Le
riflessioni dei filosofi sulla crisi generale avevano dapprima
riproposto lo scetticismo, poi avevano manifestato una particolare
attenzione alla razionalit del metodo scientifico. Le conseguenze
erano state un'accentuazione e quasi un'assolutizzazione delle
caratteristiche epistemiche della ragione e la sconfitta dello
scetticismo. Contemporaneamente, soprattutto a causa delle guerre
di religione con tutte le loro conseguenze, la necessit di un
ridimensionamento delle pretese della ragione in campo teologico e
il bisogno di nuove sicurezze avevano messo in ombra sia la
ragione noetica che la proposta giovannea e collegato strettamente
le conoscenze all'esperienza empirica.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/7.
Introduzione.
I campi di battaglia.

Esaminiamo i principali campi di battaglia di questa guerra. Per
quanto riguarda la dottrina dell'innatismo, sulla quale abbiamo
gi accennato (vedi Quaderno secondo/5), gli illuministi
considerarono la tesi lockiana come una grande liberazione per
l'uomo dalle chimere della metafisica e della teologia.
Sulla questione dei miracoli la loro opinione era che fossero
totalmente inaccettabili perch erano in contraddizione con il
principio di causa, su cui si fonda la concezione della natura
propria della scienza moderna. Inoltre i miracoli favorivano il
fanatismo e l'intolleranza, come gli avvenimenti storici avevano
dimostrato. Il rifiuto dei miracoli portava poi a considerare la
Bibbia, il testo pi venerato dalla tradizione, come un'opera
piena di falsit e di stupide favole, del tutto inattendibile.
Anche i Vangeli venivano ugualmente considerati dagli illuministi
un insieme di racconti non credibili, se non da un popolo
ignorante e superstizioso come era quello ebraico, per il quale
appunto erano stati scritti. I racconti sui miracoli, di cui 
piena la storia del cristianesimo, erano infine interpretati come
la dimostrazione che questa setta aveva sempre utilizzato la
menzogna e l'inganno per favorire la sua diffusione.
Le guerre di religione avevano messo non poco in difficolt la
tradizionale concezione cristiana della storia come avventura
umana guidata dalla Provvidenza divina. La dottrina della
Provvidenza fu uno dei bersagli preferiti della critica dei
filosofi illuministi, che inoltre compirono un profondo
ripensamento sul senso stesso della storia. Voltaire, nell'opera
Saggio sui costumi, aveva contrapposto alla fede nella Provvidenza
divina presente nella storia secondo la dottrina cristiana
tradizionale, la nuova fede nel progresso umano, nella capacit
degli uomini, sia pure con fatica, di rialzarsi dopo ogni grande
tragedia e di riprendere il cammino verso un mondo migliore. Il
problema della Provvidenza nel mondo fu posto al centro del
dibattito filosofico dallo stesso Voltaire dopo la notizia del
terremoto di Lisbona del 1755, che lo scosse profondamente.
L'anno seguente usc un suo scritto: Poema sul disastro di
Lisbona. Lo scritto di Voltaire reagiva con sdegno all'ottimismo
metafisico, allora in voga, che si rifaceva alla teoria
leibniziana del "migliore dei mondi possibili" (notevolmente
banalizzata) e polemizzava con il tentativo di spiegare le
catastrofi naturali come punizione divina per il peccato originale
e per i tanti peccati che gli uomini sempre commettono (secondo la
tradizionale dottrina cristiana ispirata agli scritti di Agostino
e ripresa ancora da Leibniz). Egli afferma: Lisbona, che pi non
esiste, ebbe forse vizi maggiori di Londra e Parigi immerse nei
loro piaceri? Lisbona  distrutta e a Parigi si danza. A distanza
di tre anni usc il Candido che, per il tono canzonatorio ed
ironico con cui il racconto viene svolto, ottenne uno
straordinario successo. Vi si trattava dello stesso argomento:
l'inconsistenza della teoria del "migliore dei mondi possibili" di
fronte alla tragicit e illogicit del reale.
A lui rispose Rousseau, indignato per il modo irriverente e
canzonatorio con cui Voltaire trattava della Provvidenza divina.
Sull'argomento scrisse anche Kant, che dopo aver analizzato le
cause dei terremoti sul piano scientifico, affrontava il tema
della teodicea indicandone l'errore di fondo nella pretesa
dell'uomo di essere la totalit della natura, mentre ne  solo una
parte. Cos - egli affermava - noi pretendiamo di comprendere
tutto e poi ci stupiamo dell'inadeguatezza delle nostre pretese
antropocentriche. Dopo di che osiamo chiedere a Dio di
giustificarsi davanti a noi per quello che  successo a Lisbona o
in altre parti del mondo. Kant riteneva che la scelta corretta
fosse quella di aver fede nel fatto che Dio avesse voluto ci a
fini superiori e di sforzarci con tutta la saggezza di cui siamo
capaci di comprenderli.
Sul terremoto di Lisbona intervennero anche altri importanti
intellettuali dell'epoca come Cesare Beccaria. Ma ad uscire
vincente dal dibattito fu proprio la posizione di Voltaire, che
affermava di non credere in alcuna provvidenza divina. La sua
fiducia andava piuttosto alle capacit dell'uomo di trasformare
nella realt di domani quello che oggi  solo un'illusione. Il
Candido concludeva con l'invito a coltivare il proprio giardino,
cio a fare la propria parte, senza aspettarsi garanzie a priori.
All'ottimismo teologico, in cui non credeva, il filosofo
illuminista contrapponeva l'ottimismo nella ragione, che avrebbe
reso gli uomini pi "illuminati", pi tolleranti e meno feroci.
Un altro campo di battaglia fu quello della teologia. I
philosophes ne sottolineavano le responsabilit per aver favorito
le guerre di religione. La fiducia nella ragione, che come abbiamo
visto era grandissima negli ultimi secoli del Medioevo (ma la
filosofia di Ockham e della sua scuola aveva gi mostrato evidenti
elementi di crisi; confronta Quaderno primo/6, capitolo Dieci,
Introduzione e capitolo Undici, Letture 47 e 48), si era poi
trasformata in una profonda delusione per l'incapacit dimostrata
dalla ragione stessa, nel corso di due interi secoli, di
ricomporre le divisioni in campo religioso. La ragione non era
stata in grado di guidare i contendenti ad un'unica verit che
fosse convincente per tutti e quindi alla fine delle guerre di
religione, alla concordia e alla pace. Dai dialoghi
interconfessionali fra cattolici e protestanti essa era uscita
sconfitta ed umiliata.
Ma se la ragione non era stata capace di arrivare ad una verit
epistemica nel campo della teologia ci poteva significare che
essa si era avventurata in un campo che non le era proprio e che
fosse necessario ricondurla ad una maggiore attenzione verso i
dati empirici, come suggeriva anche il grande successo del metodo
scientifico. Da queste premesse gli illuministi erano arrivati
alla conclusione che bisognasse considerare i problemi della
teologia e della metafisica, che pur avevano egemonizzato gli
interessi dei filosofi per secoli, come inconsistenti o
inesistenti, come parole vuote, e che bisognasse combatterli con
l'unica arma che si era dimostrata efficace, quella dell'umorismo
e del sarcasmo. La loro azione fu cos efficace che Voltaire
poteva constatare con soddisfazione come la polvere del tempo
avesse cominciato a ricoprire quei grossi volumi sulla grazia, sui
miracoli, sull'amore puro dei mistici eccetera
Se l'atteggiamento canzonatorio di Voltaire, di Diderot e degli
altri poteva essere considerato sufficiente per le tematiche
teologiche in generale, sulla dottrina del peccato originale la
battaglia fu molto pi impegnativa. Gi C. Blount, (Confronta
capitolo Undici/1) contemporaneo di Locke, aveva rifiutato questo
dogma cristiano come contrario alla ragione, perch secondo
ragione ogni individuo deve rispondere solo delle proprie azioni,
quindi  intollerabile che egli debba invece rispondere di una
colpa commessa da un altro (da Adamo, il primo uomo). Inoltre egli
notava che questo dogma umilia l'uomo e favorisce l'oppressione
dei preti. Sulla sua scia si mossero poi i filosofi illuministi.
Come ha affermato Cassirer nella sua nota opera La filosofia
dell'Illuminismo: Il pensiero del peccato originale 
l'avversario comune, a combattere il quale si uniscono i diversi
indirizzi della filosofia illuminista (Ernst Cassirer, La
filosofia dell'Illuminismo, La Nuova Italia, Firenze, 1974, pagina
201. Cassirer, 1874-1945, fu oltre che un filosofo di orientamento
neokantiano, un importante storico della filosofia). Alla dottrina
cristiana del peccato originale il pensiero illuminista
contrappose una concezione dell'uomo del tutto diversa, basata
sulla bont della natura umana e sull'influenza negativa
esercitata su di lui dai tanti aspetti irrazionali della societ.
La battaglia pi importante degli illuministi, il loro vanto ed
orgoglio, fu quella per imporre il valore della tolleranza. Gli
illuministi erano convinti che essa fosse un valore supremo,
indispensabile per l'esistenza stessa della societ, per la pace e
per il progresso umano e ritenevano inoltre che questo valore
fosse insito naturalmente nella ragione e quindi in coloro che
della ragione avevano fatto la loro bandiera. Al contrario
l'intolleranza, un male capace di distruggere la societ intera,
era individuato e fatto coincidere con il fanatismo, l'ignoranza,
la superstizione, il cristianesimo (e per alcuni con la religione
in ogni sua forma). Da questo schema di pensiero derivava per gli
illuministi che la lotta per la tolleranza coincidesse con la
lotta contro gli intolleranti, che essa comportasse anche il
diritto-dovere di non tollerare gli intolleranti, di combatterli
con ogni mezzo, come indica chiaramente il grido di battaglia
proposto da Voltaire al partito filosofico: Schiacciate
l'infame! (su questo argomento vedi anche Introduzione a
Voltaire).
La consapevolezza che la ragione avesse limiti precisi era pur
presente in quel secolo. Soprattutto all'inizio dell'illuminismo
vi fu una forte coscienza dei limiti dell'uomo e della possibilit
dell'errore. Ma questa concezione era poi stata soverchiata dalla
convinzione che la ragione fosse la luce che scaccia le tenebre,
in grado d'indicare all'uomo un cammino di progresso, pronta a
scendere sul campo di battaglia per sconfiggere i nemici.
Possiamo concludere che tutto sommato rimaniamo debitori verso il
secolo dei lumi per questo valore, che sta alla base della
convivenza civile. D'altra parte per il rapporto dialettico fra
tolleranza ed intolleranza dentro al movimento illuminista
c'insegna che la tolleranza, se  un bene prezioso,  anche un
valore debole, che facilmente viene messo da parte quando si
ritiene di agire per il bene dell'umanit. Il problema della
tolleranza  complesso (confronta Quaderno secondo/4,
Introduzione). Come abbiamo gi visto in altre occasioni, quello
della tolleranza  un problema complesso (confronta Quaderno
secondo/4, Introduzione).


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/7.
Introduzione.

I nemici. La ragione contro la religione (in nome della morale).

Dopo aver considerato i pi importanti campi di battaglia,
prendiamo in esame i nemici contro i quali gli illuministi erano
scesi in guerra. E cominciamo dal principale, quello su cui ci fu
un accordo generale, cio il cristianesimo. L'attacco fu sferrato
alla Bibbia, alla Chiesa come istituzione e alla storia del
cristianesimo, alla dogmatica cristiana, alla teologia scolastica,
alla stessa figura di Ges Cristo. La maggior parte degli
illuministi (i deisti) si ferm a questo punto, ma soprattutto in
Francia non furono pochi coloro che si orientarono verso un
rifiuto di tutte le religioni e verso un ateismo di tipo
materialistico (Confronta l'Introduzione a d'Holbach).
Intanto venivano proposti nuovi valori: l'uguaglianza per natura,
la tolleranza, la giustizia sociale, il rispetto per l'individuo,
che davano agli illuministi la sensazione di una grande
superiorit morale sui loro avversari. Inoltre tra i filosofi del
Settecento si era realizzato un accordo di massima sul fatto che
il bene della societ  la sola misura del bene e del male
morali, come afferma Voltaire nel suo Trattato di Metafisica.
Tra le file illuministe nella seconda met del Settecento cominci
a prendere piede un altro tipo di morale. Partendo dalla nuova
concezione della natura umana di per s buona e innocente, alcuni
membri fra i pi noti del "partito filosofico" come La Mettrie,
erano arrivati a valutare positivamente anche quegli istinti che
in precedenza erano stati sempre condannati. Questa nuova morale,
se da una parte rimaneva fortemente critica verso tutto ci che
riguardava la societ e politica, dall'altra assumeva un
atteggiamento pi che comprensivo verso la dimensione propriamente
istintuale dell'uomo, fino a lodare la sessualit pi libera,
l'assunzione di droghe e quel tipo di perversione ormai a tutti
nota dal nome di colui che per primo la descrisse senza pudori: il
marchese de Sade; il quale, pur non essendo marchese, fu comunque
un importante esponente della cultura illuminista. Questo
atteggiamento morale ebbe successo perch da una parte era
piacevole pensare che l'uomo fosse naturalmente buono (quindi
erano buoni anche i suoi istinti) e che fosse diventato lecito
fare liberamente ci che da sempre era stato proibito; dall'altra
i "vizi privati" non toglievano il diritto-dovere di pretendere
"pubbliche virt".
Questa svolta imprevista nella direzione di una valutazione
positiva degli istinti preoccupava non poco anche autorevoli
esponenti della corrente materialista, come d'Holbach e Diderot,
che la criticarono apertamente a pi riprese, avvertendone il
pericolo per quel valore supremo della morale, che per loro era il
bene pubblico. Il confronto ebbe poi risvolti interessanti, come
nel caso della polemica di De Sade contro il moralismo di
Robespierre. Entusiasta della rivoluzione, De Sade aveva voluto
prendervi parte attiva fin dall'inizio. Ma con l'avvento al potere
dei giacobini egli si trov ad un certo punto chiuso in prigione e
destinato alla ghigliottina. Fu solo la caduta di Robespierre che
gli salv la vita.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/7.
Introduzione.

I nemici. La ragione contro la realt politica, i rapporti
sociali, la propriet privata.

Come afferma acutamente Marx: la critica della religione 
l'inizio di ogni critica (Introduzione alla critica della
filosofia del diritto di Hegel). Infatti la critica della
religione, da cui l'illuminismo era partito, aveva demolito il
principio d'autorit e aveva aperto le porte alla critica verso
ogni altro aspetto della societ del tempo.
Tanti erano gli elementi della vita di allora che apparivano per i
filosofi illuministi non conformi alla ragione, anzi palesemente
assurdi. Cominciamo dalla situazione della donna. Nel romanzo La
monaca Diderot condannava il fatto che giovani donne facessero la
scelta innaturale per il convento, con la conseguente rinuncia
alla propria sessualit. Diderot era favorevole alla laicizzazione
del matrimonio e al divorzio. Egli era convinto che la stessa
possibilit del divorzio avrebbe reso un coniuge pi attento ai
diritti dell'altro e pi osservante dei propri doveri; quindi esso
avrebbe aumentato il livello morale della societ e avrebbe fatto
aumentare la popolazione. Cos si espresse su richiesta di
Caterina di Russia in uno scritto del 1774, dal titolo
Osservazioni sui disegni di legge. Come  noto queste sue idee
sulle monache di clausura e le sue proposte di riforma del diritto
di famiglia furono poi accolte dalla Rivoluzione Francese. Sullo
stesso argomento ricordiamo anche un famoso romanzo di Rousseau,
dal titolo La nuova Eloisa, in cui il filosofo condannava il fatto
che giovani donne fossero costrette a sposare uomini che esse non
amavano, perch i matrimoni erano combinati dai genitori.
L'atteggiamento degli illuministi verso le donne era in genere
duplice: da una parte in base al pregiudizio razionalistico si
sottolineava l'inferiorit naturale delle donne evidente anche per
il fatto che erano pi ingenue e succubi della superstizione e dei
preti, dall'altra negli scritti dei philosophes vi sono anche
frequenti affermazioni sull'oppressione delle donne e sulla
necessit dell'emancipazione femminile, sulla discriminazione
sessuale esistente nella stessa legislazione e sulla necessit di
riconoscere anche ad esse il godimento di tutti i diritti civili e
politici.
Ai filosofi illuministi appariva inaccettabile anche il sistema
educativo del tempo, a cui essi ne contrapponevano uno nuovo,
basato sull'armonia con la natura (L'Emilio di Rousseau). Assurda
poi era considerata l'amministrazione della giustizia.
L'organizzazione stessa della societ, con i suoi privilegi, le
differenze sociali e lo sfruttamento economico, favoriva quella
criminalit, che poi le leggi ed i magistrati cercavano
inutilmente di reprimere con sistemi crudeli e spietati (Il
sistema della natura di d'Holbach, Dei delitti e delle pene del
Beccaria, le Lettere persiane e Lo spirito delle leggi di
Montesquieu, eccetera). Ci si indignava poi per quell'espressione
di irrazionalit che erano le guerre, si rifletteva sulle loro
cause e come fosse possibile realizzare una pace stabile (Per la
pace perpetua di Voltaire e l'opera omonima di Kant; importante
inoltre il contributo di Rousseau).
Ma vi era un aspetto della societ che appariva particolarmente
intollerabile: la sperequazione fra ricchi e poveri (d'Holbach,
Rousseau, Helvetius, eccetera). A questo punto per il pensiero
illuminista si differenziava fra quelli che ritenevano ci si
dovesse fermare di fronte alla propriet privata, garantita dal
diritto naturale (Voltaire, Diderot, d'Holbach, eccetera) e coloro
che erano convinti che nella propriet privata fosse la radice
della disuguaglianza. Rousseau distingueva fra una disuguaglianza
naturale (forte-debole) del tutto accettabile e una artificiale
(ricco-povero) prodotto del vivere sociale e fonte di ogni male,
ed era convinto, insieme a Meslier, Deschamps, Mably, Morelly ed
altri, che bisognasse arrivare ad abolire la propriet privata per
riconquistare l'armonia naturale perduta.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/7.
Introduzione.

Luce e tenebre.

Riassumendo, abbiamo osservato il fatto che la filosofia
nell'epoca moderna, influenzata dal grande successo del metodo
scientifico, si orient verso un'assolutizzazione della ragione
epistemica fino a alla sua trasformazione nella luce che scaccia
le tenebre; poi abbiamo accennato ai numerosi "campi di battaglia"
in cui gli illuministi cercarono di portare la luce della ragione
e di far scomparire le tenebre; infine abbiamo elencato coloro che
essi considerarono i principali avversari in questa lotta.
A questo punto sono necessarie alcune riflessioni sull'aspetto pi
importante dell'illuminismo, quello che ha dato il nome all'epoca,
la questione della ragione che divenne la luce che scaccia le
tenebre.
Man mano che veniva portata avanti la critica alle tradizionali
auctoritates, i filosofi illuministi avevano cominciato ad
avvertire come un senso di liberazione da tutti quei vincoli e
quei limiti che erano stati imposti dalla tradizione e dalla
religione; e soprattutto essi avevano perso ogni rispetto
reverenziale verso di esse. Rifiutate tutte le auctoritates, la
ragione venne a trovarsi nella situazione di essere la nuova ed
unica auctoritas, che non riconosceva nulla sopra di s, nessun
potere limitante, nessun vincolo se non in se stessa. Essa era
diventata la luce che rischiara le tenebre, l'unica forza in grado
di liberare l'uomo dalla superstizione e dal fanatismo e di
guidarlo verso un luminoso futuro di progresso. Per la prima volta
nella storia dell'Occidente lo schema giovanneo luce-tenebre
veniva utilizzato per indicare qualcosa di diverso dal Messia
cristiano. Era iniziata l'et dei lumi, l'et della Ragione. La
storia del mondo voltava pagina.
Fino a che punto gli illuministi compresero ci di cui essi stessi
erano protagonisti? E soprattutto si accorsero di aver favorito un
processo di divinizzazione della ragione? Ed in caso affermativo,
come mai questo fatto straordinario non ebbe nelle loro opere quel
posto rilevante che meritava?.
Certamente nessuno pu accusare gli illuministi di non aver
conosciuto la dottrina giovannea sul Lgos sia per la sua
importanza e notoriet, sia anche perch gli illuministi erano
molto esperti di dottrina cristiana. Avendo fatto del
cristianesimo il massimo bersaglio della loro polemica, i pi
importanti esponenti dell'illuminismo inglese e francese si erano
cimentati in lunghi ed impegnativi studi sulla Bibbia e sulla
dottrina cristiana ed avevano pubblicato una miriade di opere.
D'altra parte appare incredibile che gli illuministi, nonostante
quel loro continuo parlare della ragione come luce che scaccia le
tenebre, non si siano resi conto n che stavano applicando alla
ragione lo schema giovanneo, n delle enormi conseguenze che ne
sarebbero derivate per il destino stesso della filosofia, se si
tiene presente che queste conseguenze furono poi comprese molto
bene da filosofi della generazione seguente come Fichte, Schelling
ed Hegel.
Il difficile problema pu essere interpretato alla luce della
forte polemica antimetafisica, che imped agli illuministi di
comprendere ci di cui  essi stessi erano gli artefici. Il loro
giudizio negativo sulla metafisica era fondato prima di tutto su
di una condanna morale: essi, dopo averla confusa con la teologia,
l'accusavano di essere una dei responsabili delle guerre di
religione. Gli illuministi interpretavano la metafisica come salto
dal reale (dall'esperienza sensibile) all'immaginario
(l'astrazione nel trascendente) e trovarono pieno appagamento al
loro atteggiamento antimetafisico nelle dottrine empiriste di
Locke e di Newton. Questa riduzione della metafisica a teologia
razionale non teneva conto del fatto che essa era stata definita
da Aristotele e da tutta la tradizione seguente come scienza
dell'essere in quanto essere, o scienza dei principi e delle
cause prime, di cui la teologia razionale era solo una parte.
Inoltre l'atteggiamento antimetafisico, nel senso di
antiteologico, degli illuministi portava soprattutto a polemizzare
con Platone, il teorico della trascendenza.
E' noto che secondo l'interpretazione data dagli illuministi
francesi il cristianesimo, rozzo movimento settario nato
all'interno al popolo ebraico, si era poi raffinato ad Alessandria
d'Egitto, dove vi era una fiorente comunit ebraica ed erano
frequenti i contatti con la cultura greca. Qui esso aveva
incontrato la metafisica platonica del trascendente e se ne era
impadronita. L'incontro fra questa setta ebraica e la filosofia di
Platone aveva poi prodotto la teologia cristiana e la sua
dogmatica.
Quindi se il nemico diretto, oggetto di condanna morale, era il
cristianesimo (in particolare la Chiesa cattolica), dietro di esso
veniva intravisto l'avversario teoretico, l'inventore di "favole
metafisiche" Platone. Il coinvolgimento emotivo in questa lotta e
l'atteggiamento antimetafisico impedirono agli illuministi di
rendersi conto che essi stessi, partendo da posizioni
filoempiristiche, stavano delineando i tratti di una nuova
metafisica, nella quale avevano riutilizzato lo schema giovanneo.
In questa nuova metafisica, nata in ambiente antimetafisico e
perci poco elaborata, anzi appena accennata, la ragione era
divenuta la luce che scaccia le tenebre. Come affermer poi Kant,
la metafisica  una passione della ragione e gli illuministi lo
avevano ampiamente dimostrato senza rendersene conto.
Vi  un altro motivo da tenere presente per spiegare come mai gli
illuministi non svilupparono adeguatamente quest'idea della
ragione come luce, da cui  tutto il movimento ha poi preso il
nome. Essi erano impegnati in una lotta durissima per la conquista
dell'opinione pubblica. I philosophes francesi intuivano che
sarebbe stata imbarazzante per loro mettere in evidenza l'avvenuto
processo di divinizzazione della ragione; con tutte quelle accuse
alla religione di favorire il fanatismo e l'intolleranza, essi
avrebbero dato alla propaganda avversaria ottime armi contro se
stessi. Perci essi preferirono insistere sul valore della
tolleranza, che oltretutto dava loro il vantaggio di una
superiorit morale.
Ma questa volta la storia stessa si  incaricata di mettere in
evidenza ci che essi in parte non avevano capito ed in parte
avevano cercato di nascondere. Durante la Rivoluzione Francese,
quando nell'entusiasmo del momento saltarono tutte precauzioni e
le censure, si arriv al culto della dea Ragione e alla
persecuzione religiosa. E la tolleranza come valore supremo fu
dimenticata.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/7.
Introduzione.

Illuminismo e storiografia.

Concludiamo l'introduzione con alcune osservazioni sulla
storiografia illuminista, che se non fu una dichiarazione di
guerra a tutto il passato, lo fu certamente a quella parte di esso
che fino ad allora aveva ottenuto maggior rispetto e venerazione,
cio la storia del popolo ebraico, raccontata nella Bibbia, e
quella del cristianesimo, tramandata dalla Chiesa cattolica. Gli
illuministi sono stati spesso accusati di aver letto il passato
con gli occhi del loro secolo e di aver sovrapposto ai fatti un
pesante giudizio morale. Se da una parte  evidente che lo schema
progressista, favorendo un giudizio aprioristico negativo sul
passato, non aiuta a comprenderlo e nemmeno  di aiuto un giudizio
morale di condanna elaborato con i principi etici propri del
Settecento ed estranei ai secoli precedenti, d'altra parte questi
tipi di errori non sono certo esclusivi della storiografia
illuminista.
Sul valore storico delle opere scritte nel secolo dei Lumi vi 
stata una lunga polemica, iniziata gi con i primi romantici e
continuata fino ai giorni nostri (Cassirer, Meineke, eccetera).
Oggi da una parte notiamo come molti elementi della storiografia
illuminista, a cominciare dal suo schema di riferimento, cio la
storia come "progresso dello spirito umano", siano ancora "la
vulgata" insegnata nella maggior parte delle scuole, dall'altra
essi sono ormai ampiamente rifiutati dagli specialisti. Infatti,
presso gli storici nessuno considera pi il Medio Evo come dieci
secoli di barbarie, n le crociate come un tipico esempio di
guerra di religione e perfino uno dei cavalli di battaglia
dell'illuminismo, la sua valutazione storica dell'Inquisizione e
della Caccia alle streghe, viene ormai giudicata pi leggenda
(nera), che storia. Ci non toglie che la "discesa sul sentiero di
guerra" dei philosophes sia stata utile ed ha fatto compiere agli
studi di storia un autentico salto di qualit.
Una valutazione dei risultati a cui giunse la storiografia
illuminista, risultati che ancora coinvolgono emotivamente per il
giudizio durissimo sul cristianesimo e tutta la sua storia, deve
essere fatta considerando le premesse teoretiche su cui quegli
storici-filosofi fondavano i loro studi sul passato. Abbiamo gi
accennato a quanto fosse profonda negli illuministi l'avversione
alla teologia e alla metafisica in generale e quanto entusiasmo
invece ci fosse per il metodo scientifico e per l'empirismo
lockiano. Da queste premesse essi erano arrivati ad accettare come
unico criterio di verit quello proposto dalla scienza moderna,
cio che il vero deve coincidere con il verificabile. Dal momento
per che nello studio dei fatti storici questo criterio era poco
utilizzabile (non si pu verificare in laboratorio un fatto
avvenuto nel passato), gli illuministi lo adattarono a questo
particolare campo d'indagine facendo coincidere il vero con il
verosimile. Essi, considerando la ragione come la suprema
auctoritas, intendevano per verosimile solo tutto ci che
risultava razionalmente credibile.
Questo nuovo criterio divenne un vero e proprio rasoio illuminista
in grado di mettere in evidenza, e quindi di rifiutare, tutto ci
che della storia passata era razionalmente inverosimile.  La
vecchia storiografia apparve immediatamente piena di assurdit.
Bersaglio favorito della critica illuminista furono soprattutto i
fatti prodigiosi come le profezie ed i miracoli, giudicati alla
stregua di favole per ignoranti.  Il nuovo criterio di valutazione
dei fatti storici rese necessaria una diversa valutazione non solo
di fatti specifici, ma di intere epoche. Alla fine si arriv ad
elaborare una nuova spiegazione del senso della storia in
generale, come progresso dello spirito umano.
Essa si basava su di un robusto ottimismo di fondo, valutando il
quale per non bisogna cadere in facili fraintendimenti. Gli
illuministi non erano degli ingenui. Essi erano consapevoli che
alle loro spalle vi fossero secoli di barbarie e che periodi "bui"
come il Medio Evo avessero fatto seguito ad altri relativamente
pi luminosi come la storia greca e romana, ma erano anche
convinti che ormai i lumi della ragione si fossero talmente
diffusi e la loro forza fosse cresciuta a tal punto, che una
ricaduta nella barbarie fosse ormai da escludere. Per questo essi
furono ottimisti e considerarono il loro ottimismo del tutto
ragionevole.
Ma i fatti storici non sono tali perch sono razionalmente
credibili, ma perch sono avvenuti. E la storia  piena di fatti
razionalmente inverosimili, in particolare quella di questo
secolo!.
